Il dono dell’obliquità

Il dono dell’obliquità

Parlare di Guerra e Pace è sempre banale; solo i grandi artisti se lo possono permettere sembrando sani di mente, magari un po’ sognatori, sì…

Non c’è mai solo guerra e nemmeno solo pace: in qualche parte del mondo alcuni si vanno combattendo, in qualche parte altri vivono in pace, felici almeno in quello…

Persino dove c’è guerra c’è, anche, incredibilmente pace: un mio caro amico ha vissuto dieci giorni in Ucraina, come operatore cinematografico, per un progetto della comunità europea a sostegno alle attività mediche. Stava a L’viv, Leopoli per noi: lì c’è la pace anche se stanno in guerra. La gente la sera va nei locali, giustamente si diverte ed è, quasi, felice, non fosse per la Russia… parola indicibile che è diventata tabu.

Parliamo di guerra e pace quando ci riguarda per qualche motivo: il costo del gas, il livello delle tasse… in questo periodo, nel mondo ci sono più o meno cinquantasei conflitti armati ma, per noi europei solo due, al massimo tre se includendo gli Houti così inopportuni a infastidire le nostre navi cargo… Il mondo è tanto vasto e non sappiamo quasi nulla; tuttavia, è anche tanto piccolo quando si riduce al notiziario delle 20 e a qualche notizia aggiunta sui social. Le notizie in più riguardano principalmente i cagnolini e i gattini.

Parlare di guerra e pace è sempre banale, tranne che per gli artisti: Goya, Picasso…

La guerra di Putin è un’operazione militare speciale ma quella definizione scandalizza tutto l’occidente; l’operazione militare speciale di Netanyahu, a Gaza e dintorni, “non deve” invece scandalizzare nessuno, si mette a rischio qualche libertà di opinione (vedere la voce chef Rubio).

Anche la pace di Trump è un’operazione militare speciale: essa consiste nella trasformazione della guerra in una opportunità economica. Qualcuno potrebbe affermare che la guerra rappresenta sempre un’opportunità economica, ma l’attuale inquilino della Casa Bianca dichiara con spudoratezza e vanagloria che renderà felici tutti, certamente alcuni più di altri.  I benpensanti – stanno sempre dalla parte del vincitore – spiegano che è necessario trascurare qualcosa e rinunciare a qualcos’altro ma, in fondo, cosa c’è al mondo più attraente di un divano comodo e un di televisore acceso con duemila canali disponibili? Tutto ciò che verrà a mancare si può ottenere almeno virtualmente, rimanendo comodamente seduti (anche distesi).

Scrivendo mi torna in mente un romanzo famoso negli anni Settanta, opera di un autore famoso sempre negli anni Settanta: Aldous Huxley. Il romanzo è “Il mondo nuovo” ed è un racconto “distopico”! quest’aggettivo ora va tanto di moda, fa cultura. Comunque, quel romanzo fu scritto circa cento anni fa.

Insomma, volevo parlare della guerra di Putin e della pace di Trump approfittando dello spettacolo Guerra e Pace che ha girato nei teatri italiani ed ho visto a fine febbraio al Teatro Argentina di Roma.

Rendere in due ore o poco più l’opera monumentale di Tolstoj richiede un atto di coraggio: autori dell’operazione sono stati Luca De Fusco, che ha curato anche la regia, e Gianni Garrera; protagonista sulla scena è stata Pamela Villoresi, grande attrice e amica preziosa, in compagnia di un bel numero di bravi attori. D’altronde, parlare di guerra e pace in questo periodo richiede un atto di coraggio, per non cadere nelle banalità. Raccogliendo le impressioni lasciate dalle immagini teatrali – non parlo del libro – si delinea il tracciato di un pensiero: gli aggressori francesi al seguito di Napoleone erano ammirati dai Russi; la lingua francese era scelta dalla nobiltà, Napoleone era un eroe della modernità, la moda e la cultura parigina costituivano la guida per chiunque volesse essere ammirato. Tutta la frivolezza della pace e della guerra aveva “quasi solo” un senso estetico: la frivolezza della guerra ora sembra avere sempre un senso etico. All’ammirazione e all’incredulità dei giovani ufficiali Russi, nel percorso teatrale si sostituiscono lo spirito aggressivo, il desiderio dell’esibizione, l’emulazione, forse il coraggio… l’amore è spesso il frutto di un desiderio narcisistico e il risultato dell’idealizzazione dell’oggetto, sia esso la guerra oppure una persona amata. L’agghiacciante realtà si sostituisce ben presto alla fantasia folle e tutto è distruzione, per gli sconfitti e per i vincitori: la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor…

Alla fine di tutto rimane l’amore tra le persone più ingenue – Pierre Bezuchov e Natasha Rostova – e questa è la speranza nel futuro.

È difficilissimo ridurre un romanzo del genere in due ore di spettacolo, però Pamela e compagnia ci sono riusciti; è riuscito soprattutto l’intento poetico di parlare della guerra e della pace senza cadere nelle banalità e, credo, che questo fosse il vero motivo dell’operazione. Si può fare politica con la cultura, con le idee, utilizzando gli strumenti della riflessione, del ricordo, della bellezza.

 

Tornare a parlare di guerra e di pace evitando le banalità: erano le otto del mattino, fermo all’autogrill bevevo il sempiterno cappuccino con il croissant, eredità di una guerra, anche questa, ma più antica e meno conosciuta. Pensavo, appunto, alle operazioni militari speciali di Putin, Netanyahu e Trump. La barista, preparando i caffè, rispondeva ad una telefonata: il gestore le chiedeva di andare a controllare le pompe di benzina e lei, stizzita, a voce alta rispondeva di non riuscire a fare le due cose contemporaneamente, non avendo il dono dell’obliquità (e nemmeno un dizionario della lingua italiana…)

Questo mi è rimasto: Trump e il dono dell’obliquità; dare ad intendere qualcosa facendo tranquillamente qualcos’altro.

 

 

 

 

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